Schiacciar le noci con un cannocchiale

Perché ridurre lo shiatsu ad una semplice terapia sintomatica o finalizzarlo alla cura di una patologia

quando può produrre una globale rivitalizzazione di tutta la persona?  

Sta’ (finalmente) prendendo vita all’interno del “popolo dello shiatsu” un dibattito sulla figura professionale dell’operatore shiatsu e, tra le posizioni emergenti, si pone autorevolmente e raccoglie molti consensi la definizione dello shiatsu come una terapia per “curare le patologie” o, quanto meno, “alleviare i sintomi”.

Per molti praticanti di vecchia e nuova generazione il riconoscimento della validità dello shiatsu da parte della medicina ufficiale, delle istituzioni scientifiche costituisce il massimo delle aspirazioni. Riuscire a portar la pratica dello shiatsu in ospedale, come in alcuni casi si è riusciti a fare, sembra diventare la patente di credibilità definitiva, il punto d’approdo di una lunga marcia di “conquista delle istituzioni”.

Tutto ciò è legittimo e umanamente comprensibile; del resto una cultura dominante è tale proprio perché riesce a imporre a tutti i propri valori; riesce a controllare e ridimensionare i fenomeni rivoluzionari, o anche semplicemente radicalmente innovativi, obbligandoli a misurarsi secondo i propri paradigmi, assorbendoli nel proprio contesto ideologico, adattandoli ai propri ambiti istituzionali.

Se la pratica dello shiatsu si è affermata in oltre vent’anni di evoluzione tra mille incomprensioni e centomila ostacoli è proprio perché ha mantenuto il proprio contenuto di novità, di “alterità” rispetto la cultura dominante, di alternativa ai modi comuni di intendere e trattare la persona, la salute, la vita.

La triste fine dell’agopuntura, che nonostante l’immensa cultura sottesa e la pratica millenaria che la fonda, si è trovata ridotta a profilassi anestetica e/o terapia sintomatica, ci può dare una profetica visione dell’inglorioso destino che attende lo shiatsu se rinuncia alla sua forza innovativa.

Quale universo e quale figura professionale.

Sono sostanzialmente tre le visioni dello shiatsu e le figure professionali che ne scaturiscono:

  1. una visione che lo inserisce in un universo strutturale e materiale, fatto di ossa e muscoli, vasi sanguigni e tendini, organi e funzioni; ovviamente la figura professionale dovrebbe avere una formazione di base di stampo medico o paramedico su cui innestare una preparazione specifico-specialistico; una sorta di infermiere professionale o un massofisioterapista che sa far le pressioni, o un fisioterapista che affianchi alle altre sue competenze tecniche una specializzazione “pressoria”.  Questa è sostanzialmente l’impostazione del mondo shiatsu che fa riferimento allo stile Namikoshi.
  2. Una seconda visione lo inserisce in un universo fatto di organi e di visceri, di orbite energetiche, di punti e meridiani in cui scorre e si manifesta l’energia; in una frase un universo di “medicina cinese”, o meglio di medicina cinese più o meno occidentalizzata.  Questa impostazione è tipica del mondo shiatsu che fa riferimento allo stile Masunaga.   La figura professionale che ne scaturisce è quella di un “agopuntore in sedicesimo”che usa i pollici al posto degli aghi, e che quindi dovrà possedere una formazione simile ma ridotta a quella richiesta ai praticanti di agopuntura. Ma visto che gli agopuntori devono essere medici con una formazione specifica (attualmente non definita ma il cui curriculum tenderà ad essere formalizzato), l’operatore shiatsu finirà per avere una figura simile a quella definita al punto a), ovvero paramedico che preme bene con una preparazione specifica in medicina cinese.

      c) La terza visione dell’universo shiatsu è focalizzata sui fenomeni vitali olistici, sulla relazione tori-uke, sulla qualità della pressione e la percezione della risposta, sulla carica evolutiva del contatto manuale, semplice ed essenziale, che risveglia la vita. La figura professionale che ne scaturisce coerentemente è quella di un operatore in ambito socio-educativo che produce benessere, che si muove in un ambito di servizi per la qualità della vita. Può garantire anche assistenza, quando si muove nell’ambito del disagio e dell’handicap, ma più in generale opera per creare, mediante la tecnica shiatsu, le migliori condizioni perché la vitalità di ciascuno si esprima pienamente.

Penso che nessun praticante abbia dubbi sul fatto che lo shiatsu funzioni in termini globali, che stimoli e valorizzi le potenzialità vitali di tutta la persona; possiamo dire che la sua indubbia efficacia sul piano sintomatico e della cura della patologia è solo un effetto secondario, una sorte di sottoprodotto della pratica shiatsu.

Un sottoprodotto importante e desiderabile ma che non esaurisce la carica di rinnovamento, di risveglio vitale, di cambiamento globale che nasce dall’incontro tra tori e uke.

Sappiamo che le “buone pressioni” vanno oltre i muscoli, i tendini, gli organi, le funzioni energetiche e i meridiani; che è impossibile togliere il dolore a un ginocchio senza che migliori anche la digestione e il sonno, senza che l’umore cambi, che i rapporti si modifichino, che tutta la vita (in piccola o grande misura) si trasformi.   

Ciò che ha colpito i medici dell’ Istituto Geriatrico presso cui si è operativo un servizio permanente di trattamenti shiatsu, è stato il fatto che “si potevano verificare  netti miglioramenti in ordine alla postura, ai disturbi lamentati ecc. ma soprattutto i vecchietti uscivano dal trattamento sorridenti”.

Quale formazione per l’operatore shiatsu?

Se la peculiarità della tecnica e dell’arte cui l’operatore shiatsu deve essere formato è la capacità di crear relazione tra la sua vitalità e quella della persona trattata, quella di premere incontrando la risposta di uke, di stimolare con le pressioni l’espressione delle migliori energie  e produrre cambiamento nel ricevente, appare evidente che la sua formazione e le sue abilità si dovranno configurare in modo del tutto originale, rispetto alle figure professionali abituali.

Potremo discutere se le conoscenze in ordine alla struttura (anatomia, fisiologia ecc.) possano essere utili, superflue o nocive; se la padronanza dell’approccio peculiare della medicina cinese possa essere utile, superflua e/o nociva; ma è certo che la centralità della sua formazione sarà da costruire secondo dinamiche e processi del tutto nuovi e finalizzati a costruire e gestire un processo di comunicazione basato sull’abilità manuale (qualità della pressione) e lo sviluppo della percezione (incontro con la risposta vitale).   E che queste due dimensioni si possano costruire con l’accumulo di informazioni e/o conoscenze scolastiche appare a tutti fortemente dubbio.

Con cosa posso schiacciar le noci?

E’ indubbio che si possano usare, per schiacciar le noci, gli oggetti più disparati, purché pesanti e facilmente impugnabili e manovrabili: un sasso, un martello, una morsa, uno schiaccianoci ecc.Anche un cannocchiale può essere adatto ma non possiamo certo dire che sia l’uso migliore, più appropriato e consigliabile di tale oggetto; perché da un lato si rischia di ammaccarlo, di rovinarlo, di renderlo inadatto al suo uso primario.

Ma oltre a ciò un cannocchiale può esprimere ben altre potenzialità, può permettermi di vedere oltre l’orizzonte abituale, di relazionarmi con altre realtà, di vivere situazioni di respiro più ampio.  Ed è un peccato usarlo solo per schiacciar le noci.

Fuor di metafora posso usare la pratica shiatsu per risolvere disturbi sintomatici o anche curare talune malattie; ma come nel caso del cannocchiale rischio di “rovinare lo strumento” e, sicuramente rinuncio a vedere oltre la “struttura”della persona, perdo la possibilità di generare una evoluzione di tutta la persona che la semplice gestione mirata del disagio inibisce.

Un uso “sintomatico” e “patologico” dello shiatsu è un uso “povero”; impoverisce la disciplina e la riduce a una tra le tante tecniche a disposizione dell’operatore sanitario, condannata come tutte le altre all’ impotenza di fronte alla complessità dell’organismo vivente.

E ciò che ha prodotto, e produce, l’efficacia e il successo dello shiatsu è stato, ed è, proprio la capacità di assumere e stimolare la persona nella sua interezza a coinvolgersi e cambiare.

     

Operatori di prima e seconda categoria

Qualcuno propone 2 figure professionali per l’operatore shiatsu; una per la vita di tutti i giorni e una per la cura delle malattie.   E’ una proposta non priva di senso; solo che di solito viene poi la le figure vengono strutturate una come tipica di tutti coloro che praticano (sostanzialmente poco qualificata) e l’altra riservata a personale dotato di una seria e approfondita conoscenza medical-scientifica,  in sostanza a quelli che operano in campo sanitario.

Insomma come se lo shiatsu per i sintomi e le malattie richiedesse un livello di conoscenze e specializzazione elevato, una evoluzione maggiore di quello per stimolare la vitalità ed entrare in sintonia globale con uke.

E’ proprio il contrario; nei primi dieci anni della mia pratica shiatsu mi proponevo come “terapista”, concentravo la mia attenzione sul sintomo, aspiravo al risultato di veder uke migliorare rispetto le “malattie” che lo affliggevano. Ora, passati altri quindici anni, la mia unica aspirazione è quella di entrare in sintonia con uke, unire la mia vita alla sua, stimolarlo con le pressioni e lasciare che la sua vitalità si esprima nel “suo” migliore dei modi.  E di solito succede….. e i risultati, anche sul piano “sintomatico-patologico” sono molto superiori.  Senza l’intenzione di curare, anzi proprio perché non c’è l’idea di curare.

  

Articolo di Lucio Claudio Parolin

Condividi, se ti piace: